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Tra i beni compresi nella candidatura del Sito “Italia Langobardorum. Centri di potere e di culto ( 568-774 d.C.)” che si propongono per l’iscrizione nella lista del patrimonio Mondiale dell’Unesco rientra anche il santuario di San Michele, di Monte Sant’Angelo. Le vicende di questa Grotta, designata dall’Arcangelo a sua sede terrena, costituiscono il fulcro e sono indissolubilmente legate all’intera storia della città. Tra i più fedeli ed entusiasti devoti di San Michele sono da ricordare i Longobardi del Mezzogiorno che, nel corso del VII secolo, decisero di elevare la Grotta di Monte Sant’Angelo alla dignità del loro Santuario nazionale, trasformandola ben presto, a partire dal V secolo e lungo il percorso della “Via Sacra Langobardorum”, in meta ininterrotta ed oggetto di venerazione da parte di pellegrini umili e illustri, come condottieri, principi, sovrani e pontefici. Secondo la leggenda, la prima delle Apparizioni di San Michele risalirebbe all’8 maggio del 490 (del Toro); le successive al 492 (della Vittoria), al 493 (della Dedicazione) ed infine la quarta ed ultima del 1656 (della Peste). Da questi eventi prodigiosi prese avvio la diffusione del culto micaelico nel mondo occidentale e la “montagna sacra” ne divenne il principale centro di propagazione. Nei secoli successivi alla caduta dei Longobardi, Normanni, Svevi e Angioini si legarono al culto micaelico e al santuario garganico, e fecero eseguire rilevanti lavori di ristrutturazione, che mutarono l’originario assetto architettonico della parte superiore santuario e lo arricchirono di nuovi apparati decoratici e di ingenti tesori. Ancora oggi il santuario è di meta di un continuo pellegrinaggio che presenta connotazioni formali rituali che si riportano all’età longobarda.
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